Virgil
Oldman (Geoffrey Rush) è un anziano battitore d’asta, uomo di
classe ma estremamente autoritario. La mattina stessa del suo
compleanno, riceve una chiamata in ufficio: lo contatta una ragazza,
Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks), la quale, in seguito alla morte dei
genitori, ha deciso di vendere e quindi mettere all’asta tutti i
beni artistici della villa di famiglia. Oldman accetta l’incarico,
ma ben presto si rende conto che la ragazza nasconde qualcosa. In un
primo momento, sentendosi preso in giro, minaccia Miss Ibbetson di
abbandonare l’affare, ma poi spinto dalla curiosità e dai consigli
del giovane Robert (Jim Sturgess), finirà col ritrovarsi totalmente
coinvolto in una vicenda che gli sconvolgerà la vita.
Analisi
Il film può essere scomposto in due parti, ciascuna delle quali caratterizzata da un importante colpo di scena.Nella prima parte, il pubblico fa la conoscenza di questo personaggio, Virgil Oldman, un uomo sulla sessantina, tanto burbero con chiunque lo circondi, che non ha mai avuto una relazione con una donna né amicizie durature. Ha un’unica passione: collezionare ritratti di donne (di grande valore artistico ed economico), che il suo amico Billy aiuta ad acquistare durante le aste. Passa le ore nella stanza segreta dove ha riposto la sua raccolta, ad ammirare quelle immagini di donne con devozione. La sua solitudine infonde quasi tristezza: ad esempio, nella prima scena della pellicola lo vediamo cenare da solo in un ristorante di lusso, servito dai camerieri con maggior riverenza di quanta ne venga riservata agli altri clienti, i quali lo osservano con un espressione di invidia mista a compassione.
Ci sono vari segnali che dimostrano che Virgil abbia innalzato un muro tra lui e il mondo. Primo e più palese è l’ossessione per i guanti: in una delle prime scene, possiamo notare che ha un enorme armadio usato appositamente per riporre i suoi guanti. Li indossa in qualunque momento della giornata: quando esce, quando mangia, quando ha contatti con altre persone (maggiormente) e gli unici momenti in cui si possono vedere le sue mani nude, sono quelli in cui tocca i volti delle donne raffigurate nei quadri.
Secondo segnale: non si fida di nessuno e tratta tutti con aria di sufficienza.
Terzo segnale: non riesce a guardare le donne in volto (ma di ciò parlerò più avanti).
In tale contesto, si spiega il motivo per cui inizialmente Oldman sia restio ad accettare le condizioni di Miss Ibbetson. In più, fin dal principio, la ragazza pare nascondere un segreto. Più di una volta non si presenta agli incontri prefissati con Virgil e nessuno ha informazioni concrete sul suo conto. I due dialogano soltanto via telefono e ciò continua per tutta la prima parte della pellicola. Virgil, incuriosito sempre più dalla situazione e soprattutto spinto dai consigli di Robert, un giovane e brillante meccanico che lavora per lui per opere di restaurazione, decide di indagare sulla faccenda. Dopo una serie di coincidenze e domande alle persone giuste, riesce a scoprire che in realtà Claire Ibbetson si nasconde in una stanza della villa di famiglia, dalla quale non si è mai allontanata per ben 12 anni. La ragazza infatti soffre di agorafobia, ha paura degli spazi aperti ed è terrorizzata dalla sola idea di dover essere in presenza di altre persone. Ecco quindi il primo colpo di scena.
Passiamo a quella che definirei la “seconda parte del film”. Scoperta la verità, Oldman inizia a sentirsi particolarmente attratto dal caso della ragazza. Ma ovviamente, considerato il suo carattere, avrebbe facilmente lasciato perdere tutto se non ci fossero stati anche altri interessi. Come già citato in precedenza, in un primo momento l’uomo esprime chiaramente l’intenzione di voler chiudere l’affare dato il comportamento di Miss Ibbetson. E l’avrebbe fatto se qualcosa non avesse attirato la sua attenzione: nelle cantine della residenza, trova un vecchio ingranaggio arrugginito che di nascosto raccoglie. Lo porta quindi ad analizzare a Robert, il quale si chiede per quale motivo quell’aggeggio sia tanto importante per lui. Oldman gli risponde che per le condizioni in cui l’oggetto si trovava, sembrava essere stato messo lì di proposito e da tempi recenti. Robert lo incita a cercare altri pezzi simili, in modo da ricostruire qualcosa che potrebbe avere un valore esorbitante a livello artistico e non solo. E’ questa la motivazione iniziale che spinge Oldman a continuare l’affare con la proprietaria della villa. Ed infatti, a poco a poco, in giro per le cantine ritrova tutti i pezzi del marchingegno, che, a dire di Robert, appartenevano ad un antico automa costruito dal brillante inventore settecentesco Jacques de Vaucanson.
Intanto, messe le cose in chiaro tra Oldman e la ragazza, i due a poco a poco rafforzano il loro legame: “Miss Ibbetson” diventa semplicemente “Claire”…per la prima volta Virgil inizia a preoccuparsi per qualcuno…per la prima volta Virgil ha desiderio di guardare il volto di una donna in carne ed ossa; il muro così crolla: sia quello reale di Claire, che quello metaforico di Virgil. I due si confidano le loro paure, si raccontano il loro passato: l’uomo racconta di essere stato orfano e di aver vissuto in un convento di suore. Amava essere messo in punizione, perché così aveva la possibilità di specializzare le sue conoscenze in campo artistico. La ragazza invece gli racconta dell’inizio della sua fobia: da sempre aveva avuto un po’ paura degli spazi aperti, ma il tutto si era accentuato quando aveva 15 anni. Si trovava in gita scolastica a Praga insieme al suo primo ed unico fidanzato. Erano soliti frequentare una piazza importante della città, dove vi era un ristorante chiamato “Night and Day”. In quell’occasione i due subirono un incidente: vennero travolti da un automobile e il giovane ci rimise la vita.
Questo scambio di fiducia reciproca li avvicina definitivamente: Virgil si rende conto di essere innamorato della ragazza, la quale dal canto suo, anche mostra un particolare attaccamento all’uomo. Dopo una serie di eventi, Virgil riesce finalmente a “curare” Claire: la ragazza esce dai confini che si era prefissata e va a vivere a casa del suo compagno. Lui, ormai certo dell’amore che esiste tra loro, le fa visitare la stanza segreta che custodisce la sua collezione di dipinti. Ed è qui che lei esprime chiaramente il suo amore: “Virgil, qualunque cosa dovesse accaderci, sappi che io ti amo”.
Intanto l’inventario dei beni di villa Ibbetson è pronto, Virgil è in procinto a brindare con Claire, ma la ragazza gli comunica che non ha più intenzione di vendere nulla. L’intero affare si è quindi rivelato nullo, ma Virgil è ben contento della decisione della ragazza, in quanto lui ha comunque guadagnato qualcosa che va al di là del denaro. Il giorno dopo, l’uomo deve partire per Londra, per condurre l’ultima asta, dopodiché lo aspetta la pensione. Al suo ritorno a casa, Claire è scomparsa, con lei la ricca collezione di dipinti di Oldman. Al posto dei quadri, l’uomo trova soltanto l’automa, ormai completo, che Robert ha ricostruito. Grazie ad un antico registratore, si può udire la voce di Robert esclamare: “In ogni falso, si nasconde sempre qualcosa di autentico. Sono d’accordo con te, per questo mi mancherai Mr. Oldman”. Questa frase ha riecheggiato per tutto il film. Ora eccone spiegato il senso…era tutto un raggiro, a partire dal principio: Claire ha preso in giro Virgil essendo a conoscenza della sua ricchezza; Robert ha affollato la mente dell’uomo al fine di farlo cadere tra le braccia di Claire e per ultimo Billy, il suo amico, lo aiutava ad ingrandire la raccolta di dipinti con lo scopo di organizzare la truffa.
Durante tutta la vicenda, Oldman si è spesso interrogato sull’autenticità dell’amore e dell’amicizia. Sembra quasi che si sia sviluppato un parallelo tra l’arte e i sentimenti: Virgil, in quanto esperto d’arte, sapeva ben riconoscere un falso da un autentico, pur ammettendo che nel simulare l’opera altrui il falsario non resiste alla fatale tentazione di metterci del suo. Spesso è una minuzia, un dettaglio privo di interesse, un tratto insospettabile, in cui l’autore dell’impostura finisce ineluttabilmente per tradire sé stesso, rivelando una propria ed autentica sensibilità. Ogni falsario, quindi, nella menzogna lascia inevitabilmente qualcosa di sé. Ma ciò si rispecchia anche nelle relazioni sociali: per quanto un amicizia o un amore possano essere falsi e simulati, esiste sempre una piccola ed inevitabile traccia di autentico. Partendo dal caso di Robert, al quale Virgil si era amichevolmente legato, scopriamo che il giovane ha tradito il vecchio. Ma, nonostante tutto, anche lui si era affezionato ad Oldman e ciò viene palesato nella voce registrata dell’automa “…per questo mi mancherai Mr. Oldman”. Oppure Billy, che più di una volta gli ha dato consigli utili.
In quanto a “Claire”, complice principale del raggiro, ci risulta davvero difficile pensare che tutto ciò che le riguardava sia stato un raggiro e una menzogna. Infatti Claire non è neanche il suo vero nome. In seguito ad alcune indagini, Virgil scopre che la vera Claire è in realtà la nana che trascorre le giornate nel bar di fronte a villa Ibbetson. E’ apparsa più volte in varie scene del film, ma agli occhi del protagonista (e quindi del pubblico), la donna appariva semplicemente come una malata mentale che pronunciava numeri a caso. In realtà lei teneva il conto di tutte le volte che ogni persona passava di lì. Svela ad Oldman di essere Claire Ibbetson e di aver fittato la sua villa (ormai troppo grande per una persona sola) ad una compagnia di attori di cui per l’appunto fanno parte Robert e la finta Claire.
Il protagonista subisce così un profondo dolore: l’esperto d’arte che riconosce un falso da un autentico in un batter d’occhio, non è riuscito ad accorgersi che tutto ciò che lo circondava era una menzogna.
Il
finale del film è aperto. Spetta al pubblico stabilirne un ordine e
una conclusione. Da un lato, il regista lascia intendere che una
volta ricoverato in clinica sconvolto dal dolore, Virgil inizi a
ricordare, tramite una serie di flashback, tutto ciò che ha fatto
dopo aver scoperto della truffa. Dall’altro lato, si potrebbe
interpretare che una volta uscito dalla clinica e ristabilitosi, lui
si metta alla ricerca della ragazza.
Di conseguenza, nel primo caso si ricava che il protagonista abbia fatto di tutto per ritrovare “Claire”, ma invano. Incapace di denunciarla alla polizia e non essendo riuscito a trovarla lui stesso, finisce in una clinica neurologica a passare il resto dei suoi giorni.
Nel secondo caso invece, si conferma la legge de In ogni falso, si nasconde sempre qualcosa di autentico: l’uomo si rende conto che tutto era una menzogna, ad accezione dei sentimenti. Si rende conto che quando la sua amata gli ha detto “Virgil, qualunque cosa dovesse accaderci, sappi che io ti amo”, è stata sincera. Per questo parte e va a cercarla a Praga. Giunge nel ristorante “Night and Day” di cui la ragazza gli aveva parlato in precedenza. E’ un posto molto strano, adornato con centinaia di orologi. Simbolica è l’inquadratura finale, in cui vediamo Virgil solo al suo tavolo (così come all’inizio del film). Ma a differenza della scena di apertura, qui il tavolo è apparecchiato per due. La telecamera si allontana a poco a poco e il volume del ticchettio degli orologi aumenta sempre più. Sembra quasi che il protagonista sia disposto ad aspettare anche per un tempo infinito, convinto che prima o poi la sua donna ritornerà da lui.
Di conseguenza, nel primo caso si ricava che il protagonista abbia fatto di tutto per ritrovare “Claire”, ma invano. Incapace di denunciarla alla polizia e non essendo riuscito a trovarla lui stesso, finisce in una clinica neurologica a passare il resto dei suoi giorni.
Nel secondo caso invece, si conferma la legge de In ogni falso, si nasconde sempre qualcosa di autentico: l’uomo si rende conto che tutto era una menzogna, ad accezione dei sentimenti. Si rende conto che quando la sua amata gli ha detto “Virgil, qualunque cosa dovesse accaderci, sappi che io ti amo”, è stata sincera. Per questo parte e va a cercarla a Praga. Giunge nel ristorante “Night and Day” di cui la ragazza gli aveva parlato in precedenza. E’ un posto molto strano, adornato con centinaia di orologi. Simbolica è l’inquadratura finale, in cui vediamo Virgil solo al suo tavolo (così come all’inizio del film). Ma a differenza della scena di apertura, qui il tavolo è apparecchiato per due. La telecamera si allontana a poco a poco e il volume del ticchettio degli orologi aumenta sempre più. Sembra quasi che il protagonista sia disposto ad aspettare anche per un tempo infinito, convinto che prima o poi la sua donna ritornerà da lui.
Critica
Reputo questo film un gioiellino del cinema. Ciò che più mi colpisce è lo sviluppo dei personaggi che nel caso di Virgil Oldman risulta essere reale, mentre per gli altri è fittizio. Il regista è stato bravo a ricostruire tutta una serie di eventi per poi smentirli a sua volta. In più ha garantito la giusta dose di spiegazioni; o meglio, permette al pubblico di stabilire una propria posizione nei confronti dell’interpretazione della pellicola. Ci sono molti elementi lasciati in sospeso, magari anche involontariamente, che danno quel tocco di mistero alla vicenda, che permettono una totale immedesimazione dal punto di vista del protagonista.
L’unica cosa che mi lascia parzialmente delusa è la scelta del finale: premetto che per una storia del genere chiunque avrebbe avuto difficoltà nello scrivere una conclusione degna, ma personalmente avrei preferito un terzo ed ultimo colpo di scena che avrebbe risolto definitivamente la storia (in maniera positiva o anche negativa).
Tutto il film si concentra soprattutto su Geoffrey Rush, la cui recitazione è stata come sempre brillante. Credo che il motivo di questa scelta sia dovuto al fatto che il regista non abbia sviluppato la psicologia degli altri personaggi per evitare che il segreto del finale trapelasse. Per questo si può vedere come il tutto giri attorno al personaggio di Oldman e soltanto secondo il suo punto di vista.
Reputo questo film un gioiellino del cinema. Ciò che più mi colpisce è lo sviluppo dei personaggi che nel caso di Virgil Oldman risulta essere reale, mentre per gli altri è fittizio. Il regista è stato bravo a ricostruire tutta una serie di eventi per poi smentirli a sua volta. In più ha garantito la giusta dose di spiegazioni; o meglio, permette al pubblico di stabilire una propria posizione nei confronti dell’interpretazione della pellicola. Ci sono molti elementi lasciati in sospeso, magari anche involontariamente, che danno quel tocco di mistero alla vicenda, che permettono una totale immedesimazione dal punto di vista del protagonista.
L’unica cosa che mi lascia parzialmente delusa è la scelta del finale: premetto che per una storia del genere chiunque avrebbe avuto difficoltà nello scrivere una conclusione degna, ma personalmente avrei preferito un terzo ed ultimo colpo di scena che avrebbe risolto definitivamente la storia (in maniera positiva o anche negativa).
Tutto il film si concentra soprattutto su Geoffrey Rush, la cui recitazione è stata come sempre brillante. Credo che il motivo di questa scelta sia dovuto al fatto che il regista non abbia sviluppato la psicologia degli altri personaggi per evitare che il segreto del finale trapelasse. Per questo si può vedere come il tutto giri attorno al personaggio di Oldman e soltanto secondo il suo punto di vista.
Fine
