martedì 7 ottobre 2014

La migliore offerta

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un anziano battitore d’asta, uomo di classe ma estremamente autoritario. La mattina stessa del suo compleanno, riceve una chiamata in ufficio: lo contatta una ragazza, Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks), la quale, in seguito alla morte dei genitori, ha deciso di vendere e quindi mettere all’asta tutti i beni artistici della villa di famiglia. Oldman accetta l’incarico, ma ben presto si rende conto che la ragazza nasconde qualcosa. In un primo momento, sentendosi preso in giro, minaccia Miss Ibbetson di abbandonare l’affare, ma poi spinto dalla curiosità e dai consigli del giovane Robert (Jim Sturgess), finirà col ritrovarsi totalmente coinvolto in una vicenda che gli sconvolgerà la vita.




Analisi

Il film può essere scomposto in due parti, ciascuna delle quali caratterizzata da un importante colpo di scena.
Nella prima parte, il pubblico fa la conoscenza di questo personaggio, Virgil Oldman, un uomo sulla sessantina, tanto burbero con chiunque lo circondi, che non ha mai avuto una relazione con una donna né amicizie durature. Ha un’unica passione: collezionare ritratti di donne (di grande valore artistico ed economico), che il suo amico Billy aiuta ad acquistare durante le aste. Passa le ore nella stanza segreta dove ha riposto la sua raccolta, ad ammirare quelle immagini di donne con devozione. La sua solitudine infonde quasi tristezza: ad esempio, nella prima scena della pellicola lo vediamo cenare da solo in un ristorante di lusso, servito dai camerieri con maggior riverenza di quanta ne venga riservata agli altri clienti, i quali lo osservano con un espressione di invidia mista a compassione.
Ci sono vari segnali che dimostrano che Virgil abbia innalzato un muro tra lui e il mondo. Primo e più palese è l’ossessione per i guanti: in una delle prime scene, possiamo notare che ha un enorme armadio usato appositamente per riporre i suoi guanti. Li indossa in qualunque momento della giornata: quando esce, quando mangia, quando ha contatti con altre persone (maggiormente) e gli unici momenti in cui si possono vedere le sue mani nude, sono quelli in cui tocca i volti delle donne raffigurate nei quadri.
Secondo segnale: non si fida di nessuno e tratta tutti con aria di sufficienza.
Terzo segnale: non riesce a guardare le donne in volto (ma di ciò parlerò più avanti).
In tale contesto, si spiega il motivo per cui inizialmente Oldman sia restio ad accettare le condizioni di Miss Ibbetson. In più, fin dal principio, la ragazza pare nascondere un segreto. Più di una volta non si presenta agli incontri prefissati con Virgil e nessuno ha informazioni concrete sul suo conto. I due dialogano soltanto via telefono e ciò continua per tutta la prima parte della pellicola. Virgil, incuriosito sempre più dalla situazione e soprattutto spinto dai consigli di Robert, un giovane e brillante meccanico che lavora per lui per opere di restaurazione, decide di indagare sulla faccenda. Dopo una serie di coincidenze e domande alle persone giuste, riesce a scoprire che in realtà Claire Ibbetson si nasconde in una stanza della villa di famiglia, dalla quale non si è mai allontanata per ben 12 anni. La ragazza infatti soffre di agorafobia, ha paura degli spazi aperti ed è terrorizzata dalla sola idea di dover essere in presenza di altre persone. Ecco quindi il primo colpo di scena.
Passiamo a quella che definirei la “seconda parte del film”. Scoperta la verità, Oldman inizia a sentirsi particolarmente attratto dal caso della ragazza. Ma ovviamente, considerato il suo carattere, avrebbe facilmente lasciato perdere tutto se non ci fossero stati anche altri interessi. Come già citato in precedenza, in un primo momento l’uomo esprime chiaramente l’intenzione di voler chiudere l’affare dato il comportamento di Miss Ibbetson. E l’avrebbe fatto se qualcosa non avesse attirato la sua attenzione: nelle cantine della residenza, trova un vecchio ingranaggio arrugginito che di nascosto raccoglie. Lo porta quindi ad analizzare a Robert, il quale si chiede per quale motivo quell’aggeggio sia tanto importante per lui. Oldman gli risponde che per le condizioni in cui l’oggetto si trovava, sembrava essere stato messo lì di proposito e da tempi recenti. Robert lo incita a cercare altri pezzi simili, in modo da ricostruire qualcosa che potrebbe avere un valore esorbitante a livello artistico e non solo. E’ questa la motivazione iniziale che spinge Oldman a continuare l’affare con la proprietaria della villa. Ed infatti, a poco a poco, in giro per le cantine ritrova tutti i pezzi del marchingegno, che, a dire di Robert, appartenevano ad un antico automa costruito dal brillante inventore settecentesco Jacques de Vaucanson.
Intanto, messe le cose in chiaro tra Oldman e la ragazza, i due a poco a poco rafforzano il loro legame: “Miss Ibbetson” diventa semplicemente “Claire”…per la prima volta Virgil inizia a preoccuparsi per qualcuno…per la prima volta Virgil ha desiderio di guardare il volto di una donna in carne ed ossa; il muro così crolla: sia quello reale di Claire, che quello metaforico di Virgil. I due si confidano le loro paure, si raccontano il loro passato: l’uomo racconta di essere stato orfano e di aver vissuto in un convento di suore. Amava essere messo in punizione, perché così aveva la possibilità di specializzare le sue conoscenze in campo artistico. La ragazza invece gli racconta dell’inizio della sua fobia: da sempre aveva avuto un po’ paura degli spazi aperti, ma il tutto si era accentuato quando aveva 15 anni. Si trovava in gita scolastica a Praga insieme al suo primo ed unico fidanzato. Erano soliti frequentare una piazza importante della città, dove vi era un ristorante chiamato “Night and Day”. In quell’occasione i due subirono un incidente: vennero travolti da un automobile e il giovane ci rimise la vita.
Questo scambio di fiducia reciproca li avvicina definitivamente: Virgil si rende conto di essere innamorato della ragazza, la quale dal canto suo, anche mostra un particolare attaccamento all’uomo. Dopo una serie di eventi, Virgil riesce finalmente a “curare” Claire: la ragazza esce dai confini che si era prefissata e va a vivere a casa del suo compagno. Lui, ormai certo dell’amore che esiste tra loro, le fa visitare la stanza segreta che custodisce la sua collezione di dipinti. Ed è qui che lei esprime chiaramente il suo amore: “
Virgil, qualunque cosa dovesse accaderci, sappi che io ti amo”.
Intanto l’inventario dei beni di villa Ibbetson è pronto, Virgil è in procinto a brindare con Claire, ma la ragazza gli comunica che non ha più intenzione di vendere nulla. L’intero affare si è quindi rivelato nullo, ma Virgil è ben contento della decisione della ragazza, in quanto lui ha comunque guadagnato qualcosa che va al di là del denaro. Il giorno dopo, l’uomo deve partire per Londra, per condurre l’ultima asta, dopodiché lo aspetta la pensione. Al suo ritorno a casa, Claire è scomparsa, con lei la ricca collezione di dipinti di Oldman. Al posto dei quadri, l’uomo trova soltanto l’automa, ormai completo, che Robert ha ricostruito. Grazie ad un antico registratore, si può udire la voce di Robert esclamare: “
In ogni falso, si nasconde sempre qualcosa di autentico. Sono d’accordo con te, per questo mi mancherai Mr. Oldman”. Questa frase ha riecheggiato per tutto il film. Ora eccone spiegato il senso…era tutto un raggiro, a partire dal principio: Claire ha preso in giro Virgil essendo a conoscenza della sua ricchezza; Robert ha affollato la mente dell’uomo al fine di farlo cadere tra le braccia di Claire e per ultimo Billy, il suo amico, lo aiutava ad ingrandire la raccolta di dipinti con lo scopo di organizzare la truffa.
Durante tutta la vicenda, Oldman si è spesso interrogato sull’autenticità dell’amore e dell’amicizia. Sembra quasi che si sia sviluppato un parallelo tra l’arte e i sentimenti: Virgil, in quanto esperto d’arte, sapeva ben riconoscere un falso da un autentico, pur ammettendo che
nel simulare l’opera altrui il falsario non resiste alla fatale tentazione di metterci del suo. Spesso è una minuzia, un dettaglio privo di interesse, un tratto insospettabile, in cui l’autore dell’impostura finisce ineluttabilmente per tradire sé stesso, rivelando una propria ed autentica sensibilità. Ogni falsario, quindi, nella menzogna lascia inevitabilmente qualcosa di sé. Ma ciò si rispecchia anche nelle relazioni sociali: per quanto un amicizia o un amore possano essere falsi e simulati, esiste sempre una piccola ed inevitabile traccia di autentico. Partendo dal caso di Robert, al quale Virgil si era amichevolmente legato, scopriamo che il giovane ha tradito il vecchio. Ma, nonostante tutto, anche lui si era affezionato ad Oldman e ciò viene palesato nella voce registrata dell’automa “…per questo mi mancherai Mr. Oldman”. Oppure Billy, che più di una volta gli ha dato consigli utili.
In quanto a “Claire”, complice principale del raggiro, ci risulta davvero difficile pensare che tutto ciò che le riguardava sia stato un raggiro e una menzogna. Infatti Claire non è neanche il suo vero nome. In seguito ad alcune indagini, Virgil scopre che la vera Claire è in realtà la nana che trascorre le giornate nel bar di fronte a villa Ibbetson. E’ apparsa più volte in varie scene del film, ma agli occhi del protagonista (e quindi del pubblico), la donna appariva semplicemente come una malata mentale che pronunciava numeri a caso. In realtà lei teneva il conto di tutte le volte che ogni persona passava di lì. Svela ad Oldman di essere Claire Ibbetson e di aver fittato la sua villa (ormai troppo grande per una persona sola) ad una compagnia di attori di cui per l’appunto fanno parte Robert e la finta Claire.
Il protagonista subisce così un profondo dolore: l’esperto d’arte che riconosce un falso da un autentico in un batter d’occhio, non è riuscito ad accorgersi che tutto ciò che lo circondava era una menzogna.
Il finale del film è aperto. Spetta al pubblico stabilirne un ordine e una conclusione. Da un lato, il regista lascia intendere che una volta ricoverato in clinica sconvolto dal dolore, Virgil inizi a ricordare, tramite una serie di flashback, tutto ciò che ha fatto dopo aver scoperto della truffa. Dall’altro lato, si potrebbe interpretare che una volta uscito dalla clinica e ristabilitosi, lui si metta alla ricerca della ragazza.
Di conseguenza, nel primo caso si ricava che il protagonista abbia fatto di tutto per ritrovare “Claire”, ma invano. Incapace di denunciarla alla polizia e non essendo riuscito a trovarla lui stesso, finisce in una clinica neurologica a passare il resto dei suoi giorni.
Nel secondo caso invece, si conferma la legge de
In ogni falso, si nasconde sempre qualcosa di autentico: l’uomo si rende conto che tutto era una menzogna, ad accezione dei sentimenti. Si rende conto che quando la sua amata gli ha detto “Virgil, qualunque cosa dovesse accaderci, sappi che io ti amo”, è stata sincera. Per questo parte e va a cercarla a Praga. Giunge nel ristorante “Night and Day” di cui la ragazza gli aveva parlato in precedenza. E’ un posto molto strano, adornato con centinaia di orologi. Simbolica è l’inquadratura finale, in cui vediamo Virgil solo al suo tavolo (così come all’inizio del film). Ma a differenza della scena di apertura, qui il tavolo è apparecchiato per due. La telecamera si allontana a poco a poco e il volume del ticchettio degli orologi aumenta sempre più. Sembra quasi che il protagonista sia disposto ad aspettare anche per un tempo infinito, convinto che prima o poi la sua donna ritornerà da lui.
Critica

Reputo questo film un gioiellino del cinema. Ciò che più mi colpisce è lo sviluppo dei personaggi che nel caso di Virgil Oldman risulta essere reale, mentre per gli altri è fittizio. Il regista è stato bravo a ricostruire tutta una serie di eventi per poi smentirli a sua volta. In più ha garantito la giusta dose di spiegazioni; o meglio, permette al pubblico di stabilire una propria posizione nei confronti dell’interpretazione della pellicola. Ci sono molti elementi lasciati in sospeso, magari anche involontariamente, che danno quel tocco di mistero alla vicenda, che permettono una totale immedesimazione dal punto di vista del protagonista.
L’unica cosa che mi lascia parzialmente delusa è la scelta del finale: premetto che per una storia del genere chiunque avrebbe avuto difficoltà nello scrivere una conclusione degna, ma personalmente avrei preferito un terzo ed ultimo colpo di scena che avrebbe risolto definitivamente la storia (in maniera positiva o anche negativa).
Tutto il film si concentra soprattutto su Geoffrey Rush, la cui recitazione è stata come sempre brillante. Credo che il motivo di questa scelta sia dovuto al fatto che il regista non abbia sviluppato la psicologia degli altri personaggi per evitare che il segreto del finale trapelasse. Per questo si può vedere come il tutto giri attorno al personaggio di Oldman e soltanto secondo il suo punto di vista.



Fine

domenica 28 settembre 2014

The Fountain – L’Albero della Vita



Tomas Creo (Hugh Jackman) è uno scienziato che lavora senza sosta con l’intento di trovare una cura contro il tumore al cervello. Il suo non è uno scopo puramente umanitario; egli agisce fondamentalmente spinto da motivi personali: sua moglie Isabel (Rachel Weisz) è in fin di vita a causa di questa malattia. La drammatica storia viene narrata in un modo che va al di là del realistico, un modo che alla fine condurrà il protagonista a prendere la giusta decisione…
Analisi
La narrazione si snoda su tre livelli differenti ma strettamente legati tra loro: il primo è un livello realistico, attraverso cui viene narrata la drammatica vicenda di Isabel nei suoi ultimi giorni di vita e il suo rapporto col marito che cerca a tutti costi di scoprire una cura.
Il secondo è un livello fittizio: esso riguarda infatti la storia di un libro che Isabel sta scrivendo, ambientata (probabilmente tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo) durante la colonizzazione spagnola del Nuovo Mondo. Qui i protagonisti sono un valoroso conquistador, Tomás, e una bellissima regina spagnola (interpretati rispettivamente sempre da Jackman e Weisz). La regina chiede a Tomás di aiutarla a “liberare la Spagna dalle sue catene” e in cambio lei diventerà “la sua Eva”. Lui lo giura sul suo onore e sulla sua vita.
Infine c’è un terzo livello che potrebbe essere definito esclusivamente allegorico-onirico, in cui vediamo un Tomas che si trova all’interno di una bolla trasparente, che galleggia nello spazio infinito e diretta verso la nebulosa Xibalba. Lui è circondato da arbusti e rami secchi e continuamente si prende cura di un vecchio tronco d’albero che sta per morire.
Apparentemente le tre storie sembrano non avere nulla in comune. In realtà si completano l’un l’altra.
Il primo filone narrativo, come già detto in precedenza, è del tutto realistico. Racconta una storia triste sì, ma che può affliggere qualunque essere umano. Si può intendere chiaramente che Tomas abbia gravi difficoltà ad accettare la prossima dipartita della moglie. Pur sapendo che la probabilità di successo nella sperimentazione è bassissima, continua giorno e notte a spendere tempo prezioso nel suo laboratorio di ricerca, anziché godere degli ultimi momenti a lui concessi in compagnia di sua moglie. Il suo rifiuto per l’idea della moglie malata, è palese nel terzo filone di narrazione: più volte Isabel viene scacciata da Tomas, quando gli appare esclamando “Finiscilo”. E’ così che in punto di morte gli regala una scatola contenente penna e calamaio. “Finiscilo” potrebbe quindi anche essere riferito al desiderio imperativo della donna affinchè sia suo marito a terminare la loro storia. In un primo momento Tomas non sa neanche da dove iniziare. Ma Isabel fiduciosa lo rassicura: “Lo saprai”.
Lei, differentemente dal marito, ha ormai accettato il suo destino; è pronta ad abbandonare questa vita mortale, con la convinzione di raggiungere un mondo ultraterreno, nel quale il suo amore per Tomas non finirà mai. Sarà lei stessa a dire al marito “Io sarò sempre con te”.

Nella prima metà della pellicola, possiamo notare una scena in cui appare la figura del minaccioso Inquisitore spagnolo, che progetta di distruggere la Corona. Egli è chiaramente una figura metaforica, ma ciò che potrebbe sorprendere è che quest’ultimo andrebbe analizzato sotto due punti di vista differenti e soprattutto contrastanti: da un lato, egli viene ritenuto essere il male che affligge la Spagna. Di conseguenza, indentificandosi  la Spagna con la regina stessa, l’Inquisitore trova una corrispondenza concreta nel livello realistico: il tumore che sta conducendo Isabel alla morte. E Tomas/Tomás vuole eliminarlo.
Dall’altro lato, egli può essere anche associato ad un’immagine molto più positiva: durante la scena della condanna a morte degli eretici, lo si può sentire esclamare: “I nostri corpi sono prigioni per le nostre anime, il sangue e la pelle non sono che le sbarre del nostro confine … La vostra regina cerca l’immortalità sulla Terra, un falso Paradiso … La morte esiste, il giorno del giudizio è inconfutabile”. Al di là dei toni gravi e sentenziosi, le parole dell’Inquisitore, che rispecchiano la morale cristiana, racchiudono anche il reale convincimento di Isabel in merito: la morte è inevitabile per tutti, provare a debellarla è un sacrilegio. La vita eterna non esiste sulla Terra, bensì in Paradiso. Tomás non accetta tale pensiero e vuole eliminare l’Inquisitore ma…la regina glielo impedisce: la soluzione non è uccidere l’inquisitore ma giungere nella valle dell’Eden e risorgere a nuova vita. Fino alla fine Tomás non sarà in grado di intendere il vero significato dell’esistenza: giunto nel cuore dell’impero Maya, ai piedi dell’Albero della Vita, perirà per la troppa sete di salvezza: la linfa dell’Albero sembra, in un primo momento, essere in grado di curare le sue ferite. Ma, subito dopo, il conquistador, convinto di aver raggiunto il suo scopo e di aver conosciuto il segreto della vita eterna, cerca di indossare l’anello che la sua regina gli aveva donato. Ma ciò gli risulta impossibile, in quanto l’anello gli sfugge di mano e dal suo corpo fuoriescono fiori e foglie tanto abbondantemente, da soffocarlo ed ucciderlo.
A questo punto, il pubblico può rendersi conto del fatto che probabilmente il conquistador Tomás rappresenti l’Io negativo insito nel subconscio del protagonista originario: Tomas è così egoista, da non rendersi conto di ciò che la moglie Isabel gli stia chiedendo. Lei vorrebbe soltanto averlo accanto durante gli ultimi momenti che ha ancora a disposizione; è consapevole del fatto che la sua fine è vicina e si sente quindi “completa”, avendo raggiunto uno stato di grazia e di pace con sé stessa. Il marito, contrariamente, sa soltanto che lui non vuole perderla e che lui non potrebbe vivere senza di lei. Quando Isabel effettivamente muore, Tomas, dopo uno sfogo tremendo di dolore, afferma di voler “curare la morte”. Soltanto alla fine riesce a rendersi conto dell’errore che stava commettendo, ed è in quel momento che la sua, per così dire, parte malvagia viene debellata. Proprio nel momento in cui a Tomás cade di mano l’anello, quest’ultimo viene raccolto dal Tomas onirico, quello puro e sublime che per lungo tempo ha viaggiato nello spazio e nel tempo credendo (erroneamente) che condurre l’Albero malato verso Xibalba, significasse risanarlo. In realtà la nebulosa dorata (che metaforicamente viene associata al regno dei morti, secondo antiche credenze Maya) è un luogo che mette in relazione distruzione e rigenerazione, morte e resurrezione. Isabel è morta sulla Terra ed è risorta in Paradiso.
Più concretamente, Tomas appare accettare il lutto quando, nell’ultima scena, coglie un frutto secco da un albero e lo sotterra accanto alla lapide della moglie, riuscendo finalmente a dirle addio.
Simbolismo
L’intera pellicola è costellata da un ricco simbolismo. Prima di tutti, è predominante l’immagine dell’Albero della Vita, attorno a cui si snoda la vicenda. Tale simbolo è senza dubbio stato tratto dalla tradizione religiosa. Secondo la Bibbia, quest’albero appare essere associato all’idea del Paradiso o anche al Cristo sulla Croce. Infatti nella liturgia dell'Esaltazione della Santa Croce, possiamo leggere “Nell'albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell'uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dell'albero traeva vittoria, dall'albero venisse sconfitto, per Cristo nostro Signore”.
Secondo la religione ebraica invece (alla quale più probabilmente il regista si è ispirato, date le sue credenze religiose), l’Albero della Vita era inizialmente unito a quello della Conoscenza. Ma poi, in seguito alla disobbedienza di Adamo ed Eva, Dio li separò. Secondo la Genesi, quando i due vennero puniti per aver mangiato il frutto proibito della conoscenza, a loro non fu neanche più concessa la vita eterna; Dio disse: “Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'Albero della Vita, ne mangi e viva per sempre”. Di qui l’impossibilità di Isabel di continuare a vivere: il suo tempo sulla Terra è scaduto, non può opporsi al volere divino, o più generalmente al corso naturale degli eventi. Il tentativo di Tomas è visto come un sacrilegio.
Altro simbolo è quello di Xibalba. Secondo la tradizione Maya, si trattava dell’oltretomba governata da spiriti di morte. L’ingresso a questa dimensione era generalmente collocato presso una grotta di Cobán (Guatemala) o all’interno della Via Lattea. Nel film Xibalba è rappresentato sottoforma di una nebulosa, che Isabel mostra a Tomas attraverso un telescopio. Lei gli spiega che questa nebulosa circonda una stella gialla che sta per morire. Ecco chiara l’associazione tra la morte imminente della stella e la morte imminente della donna. Come già detto prima, a Xibalba è strettamente legato il rapporto tra morte e rigenerazione. Anche questo tema è stato probabilmente tratto dalla Bibbia (l’Arca di Noè, per citarne un esempio), per poi essere ripreso costantemente in letteratura, a partire dai romanzi cavallereschi che hanno come tema il Re Pescatore, al genio di Shakespeare in The Tempest, alla Waste Land di T.S. Eliot.
Terzo simbolo importante è quello dell’anello. Il fatto che Tomas smarrisca la sua fede nunziale, suggerisce metaforicamente questo: per troppo amore, lui mette da parte l’amore stesso; è accecato dal ricordo abbagliante di Isabel, così come lei era un tempo: bellissima, sorridente e con una folta chioma fluente. L’anello è proprio quello che la regina dona al conquistador, chiedendogli di indossarlo una volta trovato l’Eden. Ma, confuso com’è, egli fraintende queste parole, finendo col sacrificare poi sul serio la sua vita giunto all’Albero miracoloso. Nella dimensione onirica invece, il Tomas candido viene rappresentato con una striscia di inchiostro a circondargli l’anulare destro. Anche qui quindi, egli non ha l’anello al dito. Riuscirà ad indossarlo soltanto quando saprà finalmente il significato della vita. Nel frattempo tutto ciò che gli rimane, sono una serie di tatuaggi circolari che partono dal dito, per poi dilungarsi su tutto il braccio destro e poi anche il sinistro. Questi tatuaggi ricordano un po’gli anelli di accrescimento degli alberi e sarà Tomas stesso a dire che ognuno di essi rappresenta il tempo che la moglie è stata con lui. Qui si palesa maggiormente l’identificazione di Isabel con l’albero.
Critica
Il film tratta dei temi della morte e della vita in modo eccezionale. Ritengo che la tripartizione della trama sia un espediente efficacissimo per trasmettere la giusta dose di emozioni al pubblico. Ma non solo…l’intreccio è alquanto intricato: una serie di flashback, flashforward, digressioni e ripetizioni della medesima scena riproposte in contesti differenti. Nonostante ciò, uno spettatore attento non può perdersi, in quanto le singole scene sono legate tra loro con grande genialità e ogni singola parola, ogni piccolo gesto vengono sempre proposti al momento giusto, tanto da conferire credibilità ed efficacia alla pellicola. La recitazione è spettacolare. Gli attori sono completamente immersi nei loro ruoli e non risultano mai banali. Altro punto forte del film è la colonna sonora ("Death Is the Road to Awe" di Clint Mansell), la quale ha ricevuto molte nomination a differenti premi. Accompagnata a quelle scene mozzafiato lascia il pubblico col fiato sospeso e provoca emozioni fortissime nelle sue note più elevate.
Ma quello che più colpisce di questo capolavoro sono gli effetti grafici: sublimi scenari onirici e atmosfere fantastiche caratterizzano gran parte della pellicola. Non a caso i costi di produzione sono stati elevatissimi. Addirittura il regista ha dichiarato di aver voluto eliminare alcuni effetti speciali (tra cui uno sciame di farfalle a fuoriuscire dal corpo di Tomas dopo aver bevuto la linfa dell’albero), appunto per evitare di superare il già altissimo budget. L’unica pecca è stata probabilmente quella di non essere riuscito a guadagnare abbastanza da ricoprire le spese, benchè il film abbia incassato moltissimo e sia stato apprezzato dalla critica.


Conclusione
The Fountain mi ha colpito a tal punto da essere entrato nella mia lista di film da vedere e rivedere. Sinceramente non riesco ad attribuirgli nessuna critica negativa e sono veramente pochi i film che posso far rientrare in questa categoria. Mi dispiace solo che capolavori del genere non vengano conosciuti dal mondo nel modo in cui si meritano. Ma per ora posso ritenermi fortunata, dato che io l’ho visto e mi ha lasciato qualcosa di bello. Al di là di tutte le varie concezioni religiose e non che una persona può avere, credo che la bellezza di questo film sia che ognuno è in grado di conferirgli la sfumatura di significato che meglio crede. A me è piaciuto interpretarlo così, forse per il mio background di conoscenze oppure per le esperienze vissute…o forse più semplicemente perché in questo modo mi suggerisce una cosa: “Per ogni ombra, non importa quanto profonda sia, sarà sconfitta dalla luce del mattino”.





Fine

Recensione approvata su:

mymovies.it